Ci sono storie nel calcio che non si misurano solo con i trofei in bacheca, ma con i chilometri percorsi, le maglie sudate e la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta. Quella di Marco Fortin è la storia di un portiere che ha attraversato il calcio italiano con l’umiltà dell’operaio e il talento del professionista esemplare.
Dalle giovanili nell’Inter dei giganti — dove rubava i segreti del mestiere a Zenga e Pagliuca — fino all’epoca d’oro di Siena, passando per le sfide sotto il sole della Sardegna e il calore del suo Veneto.
In questa lunga chiacchierata, Marco Fortin si racconta a cuore aperto: i rimpianti per quel maledetto infortunio che gli sbarrò le porte della prima squadra nerazzurra, gli aneddoti su un giovanissimo e ‘ossessionato’ Antonio Conte, e la bellezza di un calcio che, prima dei social, si viveva ancora tutto sul campo e nello spogliatoio
Bentrovato Marco, iniziamo ripercorrendo la tua lunga carriera. Partiamo dal biennio 94-95: dopo le giovanili all’Inter, arrivi in prima squadra. Un giovanissimo Marco Fortin affiancato da giganti come Pagliuca e Mondini (e prima ancora Zenga). Quanto sono stati determinanti per la tua crescita e per il tuo percorso?
“Beh, è stato sicuramente un percorso molto interessante. Erano altri tempi, non c’erano i social e c’era molta meno attenzione mediatica, anche riguardo alla conoscenza tecnica: oggi si sa tutto di tutti in tempo reale. All’epoca anche i metodi di allenamento erano completamente diversi. Prima di Pagliuca, ho avuto la fortuna il primo anno di vedere all’opera Walter Zenga. Per un portiere giovane, avere la possibilità negli anni più belli di allenarsi e prendere spunto prima da Zenga — anche se magari era nella fase calante della carriera — e poi per due stagioni con Gianluca Pagliuca, è stato importantissimo”
“Da entrambi ho preso spunti fondamentali: l’abnegazione all’allenamento, la cura dei particolari, la meticolosità necessaria per arrivare a certi livelli e anche il saper vivere bene la parte fuori dal campo. Sono stati i miei primi due grandi maestri. Con Gianluca, poi, siamo rimasti sempre in contatto; siamo tuttora grandi amici e ogni tanto, nonostante siano passati più di trent’anni, ci sfidiamo a tennis”
In quell’Inter c’erano talenti del calibro di Bergomi, Ruben Sosa, Delvecchio, Berti… ma volevo chiederti di un calciatore in particolare.
Che impressione ti fece Dennis Bergkamp?
“A livello tecnico e di qualità, credo fosse in assoluto il più forte: un talento clamoroso. Purtroppo in Italia, e specialmente nell’Inter, secondo me non ha reso per quello che mostrava in allenamento. Probabilmente non era un’Inter così competitiva e il calcio dell’epoca non esaltava le sue qualità. Poi, altrove, ha ampiamente dimostrato il suo valore, ma ti dico che per quello che esprimeva in settimana avrebbe potuto fare molto, ma molto di più in Italia…”
Dopo Milano inizia un “girovagare”: Pro Sesto, Torres e Giorgione. Che ricordi hai di quegli anni e cosa ti sei portato dietro?
“Sono state tappe obbligate. Purtroppo, l’ultimo anno all’Inter, a novembre, mi sono rotto il crociato, ho fatto 6-7 mesi di riabilitazione. Fortunatamente ero in un ambiente iper-professionale che mi ha permesso di guarire bene, ma ho dovuto ricominciare quasi da zero”
“Il primo anno alla Pro Sesto è stato complicato: per un portiere, dopo un infortunio così grave, non è facile ripartire. Alla Torres invece è andata molto bene, ho giocato sempre, è una terra splendida e mi sono trovato benissimo. Dopo la Torres ho scelto di avvicinarmi a casa (abito vicino a Castelfranco) e ho fatto due belle stagioni al Giorgione in Serie C. Quelle prestazioni mi hanno aperto le porte della Serie B a Treviso. Lì, a 25 anni, è iniziata la mia vera carriera a livelli importanti…”
A Treviso resti tre stagioni. È stata quella la fase di maturazione definitiva?”
“Sì. Trent’anni fa un portiere che usciva dalla Primavera aveva bisogno di almeno 2-3 campionati di Serie C, la famosa “gavetta”. Era un passaggio obbligato per quasi tutti i portieri della mia generazione; quelli che partivano subito in A o B erano pochissimi. Ti ritenevano pronto solo dopo 2-3 anni di C e un paio di B. A 25 anni sono arrivato a Treviso: tre anni in una società molto seria, ho un ricordo estremamente positivo”
In quel Treviso giocavi con tre giovani bomber: Borriello, Rocchi e Reginaldo. Si vedeva già il loro talento?
“Ti dirò di più: il primo anno a Treviso ho giocato anche con un Luca Toni “prima versione”. Tra i quattro è quello che ha fatto la carriera maggiore, ma già a 21-22 anni si vedeva che avrebbe avuto un futuro radioso: fece 18 gol in B senza rigori. Borriello era giovanissimo, 18-19 anni, ma si vedeva che aveva il guizzo. Tommaso Rocchi era una seconda punta di qualità, infatti poi spiccò il volo per Empoli e la Lazio. Anche Reginaldo era giovane e si vedeva in lui del potenziale”
Dopo l’esperienza veneta, arrivi a Siena e trovi un altro portiere iconico: “Batman” Taglialatela. Lui era a fine carriera e giocò poco, ma cosa hai cercato di “rubargli”?
“Quell’anno è stato magico, sia per me che per la squadra. Il Siena partiva come una possibile retrocessa e invece abbiamo vinto il campionato andando in Serie A. Io giocai 37 partite su 38 (Pino fece giustamente l’ultima), ma per me lui è stato molto più di un secondo portiere. È stato un amico. Abbiamo condiviso tantissimo fuori dal campo. Pur non giocando e avendo un curriculum di tutto rispetto, aveva un’umiltà e una cura maniacale nella preparazione, difatti si allenava come se dovesse giocare. Non mi ha mai messo pressione negativa, anzi, mi ha aiutato enormemente nello studio dei rigori e nella cura dei particolari. Lo ringrazio ancora oggi perché quell’anno è stato fondamentale per i successivi 6-7 anni della mia carriera”
Stagione 2002-2003: vincete appunto la B e tu sei il giocatore più presente della rosa con 40 presenze totali. Che emozioni ti legano a quella cavalcata?
“Un’annata magica. Eravamo partiti con l’obiettivo del quintultimo posto e invece avevamo un gruppo straordinario, coeso, guidato da Papadopulo. La città respirava un’atmosfera unica, era anche il centenario della nascita del Siena. È l’annata che ricordo con più amore. Abbiamo reso felice una città; dopo il Palio, credo che quella promozione sia l’evento più ricordato. Ci siamo ritrovati qualche anno fa tra ex compagni per festeggiare il ventennale…”
Poi il debutto in Serie A e tre salvezze consecutive. Che ricordi hai di quel palcoscenico?
“Sono rimasto a Siena altri tre anni, raggiungendo sempre la salvezza, spesso con giornate d’anticipo, e non era scontato. La qualità di quei campionati era clamorosa: credo che in quegli anni i migliori giocatori del mondo fossero in Italia. Non c’era Premier o Liga che tenesse il passo, erano gli anni del Milan campione d’Europa e della Juve che dettava legge. In Serie A ho racimolato molte presenze nonostante la competizione con portieri forti come Manninger, Generoso Rossi o Mirante. Sapevo di non essere un fenomeno, quindi la Serie A dovevo meritarmela giorno dopo giorno, ma credo di aver onorato la maglia”
A Siena hai incrociato anche Enrico Chiesa a fine carriera. Com’era?
“Ho fatto tre anni con lui. Era il “capo” della squadra, ma una persona molto riservata e umile. Pur avendo un curriculum di primo piano, si è calato perfettamente nell’atmosfera di Siena. Ne ho apprezzato il senso di appartenenza e la voglia di essere ancora protagonista. Una persona per bene, sul calciatore non si discute”
In quel periodo hai avuto come compagni molti futuri allenatori: Pecchia, Nicola, Tudor, D’Aversa, Mignani, Maccarone. Chi ti dava l’impressione che ce l’avrebbe fatta? Davide Nicola aveva già quel carisma?
“Ti dico la verità: tra tutti, avrei scommesso solo su Michele Mignani, per il suo modo di vivere il calcio. Degli altri, onestamente, non l’avrei detto. Il Nicola compagno era esuberante, guascone, simpaticissimo e professionale, ma non avrei mai pensato che diventasse un allenatore così completo. Aveva carisma, certo, ma non lo vedevo in quella veste. Idem per Tudor. D’Aversa era più riservato e serio, un po’ come lo vedi oggi. Fare l’allenatore è uno dei mestieri più complicati, ma sono stati bravissimi. Oltre a Mignani, aggiungerei Simone Vergassola, che infatti è il suo vice”
Nella tua ultima stagione a Siena, in panchina c’era De Canio con Antonio Conte come vice. Che aneddoti hai su questa coppia?”
“Un binomio interessante. De Canio era un allenatore “vecchio stampo”: gestiva bene il gruppo, si adattava alle caratteristiche dei giocatori e si faceva consigliare dai più esperti. Non era un innovatore tattico, ma era una persona sanguigna, vera. Avevo un ottimo rapporto con lui, voleva portarmi anche in Inghilterra”
“Dall’altra parte c’era Conte, un emergente con una personalità enorme. De Canio fu intelligente a sfruttarlo, lasciandogli dirigere buona parte degli allenamenti. Antonio a 35-36 anni era già un leader, dava un ritmo clamoroso. Mi ricordo che un giorno mi disse: “Guarda che se a 40 anni non allenerò la Juve, non mi vedrai mai più fare l’allenatore”. Io pensavo dovesse fare più gavetta, invece aveva ragione lui. La sua caratteristica principale è l’ossessione: non ti lascia vivere un secondo in libertà. Nelle due ore di spogliatoio ti ossessiona con la voglia di vincere e la meticolosità. Ti spreme fino all’ultima goccia. Con Conte puoi durare tre anni, poi o cambi lavoro o cambi squadra (ride NDR)”
Dopo Siena, scegli Cagliari. Quanto è stato difficile lasciare la Toscana?
“Difficilissimo. Se fosse stato per me, sarei rimasto a Siena per tutta la carriera, in qualsiasi ruolo. La società però fece la scelta di chiudere un ciclo: andarono via anche Argilli e Mignani. Io ero in scadenza, ho aspettato fino all’ultimo una chiamata che non è mai arrivata. Ho scelto Cagliari perché era una piazza interessante. È stato un anno e mezzo buono: ci siamo salvati il primo anno, poi a gennaio del secondo me ne sono andato per riavvicinarmi a casa. Ma ho un ricordo bellissimo, specialmente per aver incontrato Marco Giampaolo: il miglior allenatore che abbia mai avuto”
Giampaolo è un personaggio particolare. Cosa ha condizionato il suo “declino” dopo la Sampdoria e come lo vedi oggi alla Cremonese (al posto di Nicola)?
“Credo abbia pagato la sua poca “mediaticità”. È una persona a cui non piace apparire, non vuole fare la primadonna. È schivo con telecamere e direttori sportivi, preferisce stare sul campo. Ai grandi livelli, purtroppo, conta anche saper gestire la stampa. Conosco allenatori molto meno preparati di lui che però hanno più credito perché sono “gestori”. Lui è una persona vera. Ha avuto l’umiltà di ripartire dal basso dopo le esperienze negative al Milan o al Torino. Credo che la Cremonese possa salvarsi con lui: ha ereditato una squadra sana da Nicola e la società è solida”
Tra Ballardini, Nicola e Giampaolo (che hai avuto tutti), a chi affideresti una panchina oggi di una squadra in lotta per non retrocedere?
“Se devo programmare da inizio anno, Giampaolo. Se devo subentrare a metà corsa, Nicola. Se invece la squadra è spacciata, con il 3% di possibilità di salvarsi, scelgo Ballardini. A Cagliari fece una salvezza clamorosa e al Genoa ha risolto situazioni drammatiche quasi sempre”
Le ultime stagioni in Italia le fai a Vicenza, in Serie B. Ha pesato la voglia di tornare in Veneto?
“Tantissimo. Avevo quasi 34 anni. Sarei potuto restare a Cagliari, Ballardini fece di tutto per trattenermi nonostante qualche diatriba con Cellino (credo di non essere stato l’unico ad averne RIDE NDR), ma volevo cambiare aria e avvicinarmi ai figli che iniziavano la scuola. Il Vicenza era ultimo in Serie B, ma sapevo quanto fosse forte la piazza (si è visto quanta gente c’era alla festa promozione domenica scorsa). È stata una scommessa vinta: ci siamo salvati senza playout e negli anni successivi abbiamo sfiorato i playoff. Ho fatto quasi 100 partite a Vicenza. Lì ho incontrato altri due ottimi tecnici: Gregucci (molto bravo, andò poi al City con Mancini) e Rolando Maran.
Chiudiamo con Cipro: due anni all’AEK Larnaca. Che realtà hai trovato?”
“Se l’avessi saputo, ci sarei andato dieci anni prima! Un’isola meravigliosa e un calcio “all’inglese”: niente ritiri, niente pressione dei giornali o moviole. L’importante è onorare la maglia. È un campionato complicato, le prime 4-5 squadre potrebbero tranquillamente stare nella nostra Serie A (penso all’APOEL o all’AEK che è arrivata agli ottavi di Conference). Volevo imparare la lingua e vedere un calcio diverso. Il secondo anno abbiamo fatto anche l’Europa League, passando gironi e preliminari: un’esperienza bellissima. Recentemente ci è andato anche Stefano Sensi, segno che il progetto è attrattivo”
Guardando indietro, hai rimpianti? E quanto avresti voluto esordire con l’Inter?
“L’unico rimpianto è l’infortunio al crociato nel novembre del ’95. Avevo 21 anni, ero nel giro della Nazionale giovanile e in quella stagione avrei sicuramente debuttato con l’Inter, se non in campionato almeno in Coppa Italia. Senza quell’infortunio, forse non avrei dovuto ricominciare da zero in C. Però ho avuto il merito di risalire la china. Non avevo un talento tale da dire “giocherò 10 anni in A” per diritto divino, quindi sono orgoglioso di quello che ho fatto con l’abnegazione e il lavoro. Ho performato più di quanto le mie basi tecniche facessero sperare”
Tra le soddisfazioni maggiori, ci sono i rigori parati a Totti e Kakà…
“Sì, nelle statistiche rimangono quelle “ciliegine sulla torta”. Magari durante un anno ci sono momenti più importanti per la squadra, ma parare rigori a campioni del genere è una bella soddisfazione che resta nel tempo”
Se dovessi costruire la tua “Top 11″ dei compagni di squadra (escludendo l’Inter), chi sceglieresti?”
“Allora, modulo 4-3-3. Portiere mi escludo e metto Generoso Rossi. In difesa: a destra Marco Zanchi, centrali Michele Mignani e Paolo Bianco, a sinistra Alessandro Agostini. A centrocampo: regista Daniele Conti, mezzala destra Bernardini, mezzala sinistra Roberto D’Aversa. In attacco: a destra Rodrigo Taddei, a sinistra Simone Pepe, e punta centrale Enrico Chiesa. Ce ne sarebbero tanti altri, ma così su due piedi direi questi!”
Ultima domanda: ti piacerebbe rientrare nel calcio come allenatore o dirigente?
“No. Ho 52 anni e sono fuori dal giro da troppo tempo. È un mondo che non mi appartiene più. Non avrei le competenze aggiornate per allenare e non ho tenuto contatti per fare il dirigente. Mi piacerebbe però fare l’osservatore, magari specificamente per i portieri. Quello sì, potrei farlo volentieri…”
a cura di Emanuele Cantisani
FONTE IMMAGINE: RADIO SIENA TV
Emanuele Cantisani