Enrico Stamato: “La tattica è una conseguenza della tecnica. La fase analitica, situazionale e della partita…”
“Inizio innanzitutto a ringraziarti per questa gradevole intervista. Rispetto a quando giocavo io, il ruolo e la metodologia di allenamento sono cambiati in maniera significativa. Adesso si curano tanti aspetti e bisogna avere un “occhiometro“ molto allenato da parte dei mister. Si lavora tanto a livello mentale e si tiene alta l’intensità, cercando di far ragionare i ragazzi in campo e stimolarli nel riconoscere le situazioni di gioco nel più breve tempo possibile. Bisogna organizzare il lavoro nei minimi dettagli, senza tralasciare nulla al caso”
“Penso che non si debba mai estremizzare né da un lato e né dall’altro lato. La tecnica e la tattica dovrebbero camminare di pari passo, ovviamente rispettando le fasi del percorso di crescita dei bambini e dei ragazzi, senza mai tralasciare l’aspetto del divertimento e della scoperta. Nell’attività di base, ad esempio, si dovrebbero curare molto gli aspetti motori, tecnici e cognitivi, il tutto accompagnato sempre dalla palla. Più si cresce e più si dovrebbe dare ai ragazzi quella consapevolezza tecnica che di conseguenza li porta ad avere l’aspetto tattico con il tempo.
Ti faccio un esempio: se un ragazzo non sa orientare la palla per poterla giocare (scelta di dribblare, passare, condurre ecc.) è inutile fare “tattica“. La tattica è una conseguenza della tecnica”
Personalmente mi piace costruire il giocatore partendo dalle basi, ovvero l’aspetto motorio e quello cognitivo. Poi, ovviamente, più si va avanti nella progressione didattica e più si possono inserire molti aspetti. Secondo me la tecnica e la tattica si allenano attraverso tre fasi: quella analitica, quella situazionale e quella della partita. La prima fase, analitica, permette al bambino o al ragazzino di meccanizzare il trattamento palla e lavorare sulla sensibilità del tocco e di tutta la postura. La seconda fase, situazionale, permette di sperimentare e di capire quando poter effettuare un dribbling, una trasmissione, un tiro in porta, un contrasto, dunque di poter scegliere. La terza è la partita, che permette di poter mettere in pratica tutto ciò su cui si è lavorato nelle prime due fasi”
In Italia, negli ultimi anni, scarseggiano calciatori in grado di saltare l’uomo. L’1 contro 1 come e quando si dovrebbe perfezionare?
“Parto subito con il dire che in Italia non manca il talento, anzi ne siamo pieni, ma è cambiata troppo la mentalità e il voler bruciare le tappe. Penso che probabilmente manchino veri e propri formatori di calcio giovanile e istruttori per l’attività di base. Oggi è più importante vincere il torneo dei “Primi Calci” anziché costruire, con il tempo, i ragazzi in toto. Dovremmo prendere esempio dalla scuola spagnola o da quella olandese, dove i ragazzi sono seguiti fin da piccoli su tutti gli aspetti motori e tecnici, a prescindere dal risultato. E’ il percorso di crescita che porta i propri frutti alle prime squadre. La sconfitta non deve pesare assolutamente nell’attività di base e nei settori giovanili, ma dovrebbe essere uno stimolo per “far sbagliare“ i ragazzi e poi correggerli. Bisogna infine saper allenare l’istinto e il coraggio nei bambini”
Quanto son diventati numeri astratti, e quanto invece sono realtà concrete di campo, i “moduli”?
“I moduli sono numeri. È un’organizzazione tattica dove non c’è nulla di concreto nei bambini e nei ragazzini. Una cosa dovrebbe essere molto importante: quella di far capire che si fa gol nella porta avversaria e si difende la propria porta, tutti insieme. Ovviamente non deve esserci anarchia e caos in campo, però bisognerebbe dare il giusto peso “tattico“ nel tempo…”
“Per quanto riguarda l’attività di base credo sia superfluo parlare di match analyst. Sono d’accordo però che già dagli Under 15 possa essere una risorsa sia per i mister che per i ragazzi. I bambini, dagli esordienti in giù, hanno bisogno di sbagliare, sperimentare e di acquisire consapevolezza capendo da soli le scelte da fare in campo, sia tecniche che tattiche”
Raccontaci del tuo percorso da allenatore, dei tuoi obiettivi nel breve e nel lungo termine. Ti vedremo sulla panchina di una prima squadra?
“Con molto piacere. Ho avuto la fortuna, nel mio piccolo, di giocare a calcio, di divertirmi molto e soprattutto di avere una passione sconfinata per questo sport, che mi ha portato a vivere esperienze di vita bellissime e mi ha trasmesso molte virtù. Nella mia carriera da formatore giovanile ho avuto il piacere di confrontarmi e di imparare tante cose da molti mister preparatissimi. Come Santino Mondello, Attilio Sorbi, Mauro Ardizzone, Ivan Zauli e Maurizio Ganz. Cerco di imparare e di migliorare giorno dopo giorno. Tutti possono insegnarmi qualcosa di nuovo ogni giorno e in qualsiasi esperienza, non solo calcistica. Attualmente mi diverto e lavoro in una delle scuole calcio più prestigiose del Sud Italia e ricopro il ruolo di responsabile tecnico, in concomitanza con Mister De Paola Michele. Obiettivi futuri? Cercare di lasciare qualcosa ad ogni singolo piccolo e grande calciatore che ho il piacere di seguire in campo e di svolgere una grande stagione 2025/2026 con la Digiesse Praia Tortora. Un domani, ovviamente, mi piacerebbe molto iniziare ad allenare una squadra agonistica di un settore giovanile professionistico oppure una prima squadra, magari affiancando nei primi anni un mister che possa insegnarmi tanto e farmi crescere ancora di più. Ho avuto in passato qualche chiamata da parte di prime squadre e di settori giovanili professionistici, però credo che ancora il mio percorso da formatore giovanile e dell’attività di base non si sia completato. Non ho fretta di arrivare nel mondo dei grandi, so che prima o poi mi verrà data un’occasione importante, poi starà me ogni giorno dimostrare il mio valore!”