Ai Blancos il risultato, al Napoli di Garcia la certezza del divenire

Blancos Napoli Garcia

I Blancos, alla fine, prevalgono, ma il risultato è solo una parentesi nella prestazione del Napoli di Garcia. Il futuro è dei partenopei.

Ai Blancos il risultato, al Napoli di Garcia la certezza del divenire

Per quasi un tempo di gioco abbiamo avuto un’allucinazione collettiva. Il Real sospinto dal Maradona, costringendo gli ospiti in maglia nera ad arroccarsi a difesa del pareggio. L’illusione ha lasciato, con piacevole immediatezza, il passo alla consapevolezza. Nessuna confusione, è il Napoli che alberga appieno nella dimensione che finalmente gli attiene. In quei trentacinque minuti era il Napoli di Garcia ad imporre ai Galácticos (perché, in fondo, lo sono ancora) ritmo e tempi. A testa alta, con la convinzione d’esser campioni. La convinzione di avere ancora molto da dire, in Italia ed in Europa. La realtà di un successo che non è caso isolato, ma tappa di un percorso.

Non è un Napoli che lascia ben sperare. È un Napoli che dà certezza assolute. Il Real è l’animale ideale per il palcoscenico europeo, e porre alle strette gli spagnoli è molto più che una consolazione di valore. La qualità, l’intensità di un martellamento continuo disegnano una linea di crescente spessore sui margini di forza degli azzurri. L’indicibile qualità degli avversari non può che aumentare la positività della prestazione.

Proprio quelle qualità, alla fine, hanno consentito al buon Carlo di uscire indenne dalla trappola del Maradona. Ancelotti ha il merito di allenare una squadra dove la raffinatezza di una qualità socnfinata il cenotr gravitazionale dove il calcio orbita sinuosamente. Il Napoli paga solo quel divario tecnico incolmabile. Vinicius, Valverde, Kroos non perdonano. Non potrebbero, non ne sono in grado. Bellingham, un diamante di rarità generazionale, lascia ancora intendere dove risieda il futuro della storia del calcio.

Dinnanzi ad un potenziale illimitato, però, il Napoli ha saputo imporsi, non arrendendosi alle fatalità. Non lo premia il risultato, e nemmeno l’errore di chi non ti aspetti.

Ai Blancos il risultato, al Napoli di Garcia la certezza del divenire

Va detto, inoltre, che Garcia ha preparato quanto mai bene questa sfida. Corto quando serve, veloce al momento giusto. L’attesa dell’avversario nella prudente pausa tra una proiezione offensiva e l’altra. La squadra ha saputo – almeno idealmente – comprendere i momenti ed adeguarvi gli atteggiamenti. Una gara di sola difesa, così come di sola proposta, era impensabile. Era necessario un approccio camaleontico, così come gradisce l’allenatore francese, e ciò, nei limiti delle individualità, è accaduto.

Si è detto poc’anzi quanto il Napoli abbia pagato la qualità (individuale) dei Blancos e, soprattutto, il ‘tradimento’ sportivo di un leader tecnico come Di Lorenzo. Perché dalla teoria alla pratica, nella comprensione della necessità di alternare una fase attiva e passiva, quel che è venuta meno, in modo decisivo, è l’affidabilità di alcuni singoli. Il capitano sul pareggio, che vede un corridoio oscuro ma ben abitato da pericoli, Anguissa ed Ostigard negligenti sulla serpentina di Bellingham.

L’unico demerito di Garcia risiede in un paio di correzioni, l’una sulla lettura della ripresa e l’altra sul proprio numero nove.
Nella gestione dei cambi Garcia si conferma eccentrico, anche se gli va riconosciuta la limitatezza di operabilità. Con l’ingresso di Modric, tuttavia, il Real era tornato a nascondere il pallone ai partenopei. Per questo si poteva prevedere la necessità di ripartire in contropiede. Più che Elmas, ad attaccare gli spazi sarebbe potuto servire Lindstrom. L’equivoco tattico del danese è però alla base di ogni eventuale analisi. Lindstrom è un trequartista, e l’impatto sulla fascia è sempre accompagnato da un grosso ‘forse’.

Victor è stato, spesso e volentieri, ‘mangiato’ da un trio di marcatori madridisti. Un difensore assiduamente in marcatura, più l’accompagnamento di un compagno tra reparti di difesa e centrocampo. Senza profondità e con le beghe di asfissianti premure avversarie, l’apporto del nigeriano non può dirsi concreto. Ad onor del vero, tuttavia, va anche riconosciuto che il numero nove azzurro vive di nuova e poco felice solitudine. Ulteriore spinto di crescita (tattica) del nuovo corso sarà quello di recuperare il supporto del centrocampo e delle ali al nigeriano. Troppo spesso Osimhen ha fatto la guerra (si può dire anche contro i mulini a vento) in distese di niente. Chiamato a ripulire palloni sporchi, Victor non ha (quasi) mai potuto contare su un appoggio immediato. Quando possibile, invece, gli scambi hanno consentito alla squadra di aggredire la profondità.

Sarà importante, in tal senso, poter contare su terzini che salgano sino alla trequarti, consentendo alle ali di accompagnare la manovra della punta. Soprattutto, è fondamentale ritrovare il migliore Anguissa. Non si può pensare di lasciare al solo Zielinski il prevedibile compito di attaccare in solitaria l’area di rigore. Anche il camerunense deve poter aggredire gli ultimi venti metri. Per poter assistere a ciò, però, è necessario che il centrocampista azzurro recuperi la migliore condizione. Non sarà certamente una questione psicologica, ma l’altalena di condizione impone una certa fretta. È ottobre, Frank, è il momento.

Dettagli, anche questi. Magari avrebbero potuto sortire effetti, ma imputare a tecnico e squadra eventuali colpe vorrebbe dire ricercare il pelo nell’uovo. Quel che realmente conta, oltre il risultato, è che il Napoli ha tenuto testa ad una squadra generazionale, tra storia e futuro. Il Napoli ha giocato alla pari, per larghi tratti, aumentando i rimpianti per l’esito di una gara che avrebbe potuto vederli raccogliere punti senza clamore alcuno.

Alla fine ha avuto ragione Garcia. L’unico neo di questa gara, veramente imputabile, è il risultato. Non se ne esce sconfitti, però, nella testa. Serate europee, quand’anche d’insuccesso, possono portare lontano. Serate europee come questa regalano la certezza del divenire.

Gennaro Albolino

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