Immaginate la scena: periferia di Buenos Aires, campetto di terreno mosso dal vento, orde di ragazzini che rincorrono un pallone, genitori urlanti per le gesta dei figli, nell’aria profumo di sogni e speranza, bramosia di fuga da una vita di povertà…
È più o meno così che nella mia testa immagino la vita di un ragazzino nato in America Latina, la vita di chi, come molti di noi, pone il calcio al centro del proprio mondo. Usandolo, talvolta, come scappatoia dalla realtà.
Riscatto sociale dicono quelli bravi, passione incondizionata, dico io. Quella passione che spesso diventa una professione e permette ai giovani nati a quelle latitudini del globo di regalare una vita migliore alle proprie famiglie.
Ovviamente non tutti hanno difficoltà economiche o sociali, altri sono più fortunati, vivaddio.
In ogni caso, tutti giocano al calcio con il trasporto e quella frenesia, quasi come se quel pallone ce l’avessero nel sangue.
Sono sempre stata affascinata dal calcio Latino, non so perché, ma ho un’attitudine particolare ad entrare in “sintonia” con calciatori di quella parte del mondo.
Il primo ad attirare la mia attenzione di ragazzina che si affacciava al mondo del calcio fu un certo Hugo Sànchez Màrquez. Messicano di Città del Messico, trascorsi da dentista, rapì i miei occhi ed il mio cuore con la maglia del grande Real Madrid facendo coppia con Emilio “El Buitre” Butragueno.
Numero nove eccezionale con la rovesciata come punto di forza, vinse tutto quello che c’era da vincere: un mostro.
Quasi contemporaneamente a Napoli giocava il più grande di tutti, ma non lo menzionerò in questo viaggio d’amore in salsa latinoamericana perché “El Diego” è fuori categoria e poi io, per propensione, ho più simpatia per i numeri nove, dunque, vi racconterò solo di loro.
Tranquilli, il mio secondo “amore” giocava al suo fianco (di D10S), in maglia azzurra, ed aveva un nome che a Napoli conosciamo bene: Antonio de Oliveira Filho Careca.
Brasiliano lui, altra lingua ma stessi piedi, un’esplosione di velocità e potenza, giocatore sublime che alla fine degli anni Ottanta ha scritto il suo nome nella storia del club partenopeo vincendo uno scudetto, una supercoppa e una coppa Uefa.
Le porto ancora con me le immagini dei suoi goal meravigliosi e nel cuore resta indelebile la gioia di quei successi meravigliosi. Per molto tempo, nonostante l’approdo a Napoli di Cavani ed Higuaìn, confesso a malincuore, non è scattata in me nessuna “scintilla” e sinceramente stavo cominciando a preoccuparmi, ma poi una sera di novembre del 2016 intenta a guardare, per “gufare”, Genoa-Juventus all’improvviso eccolo lì, un ragazzino moro poco più che ventenne che corre come un forsennato in mezzo al campo da gioco e rifila una doppietta all’ odiata signora bianconera: risultato finale 3 a 1!
Non chiedetemi cosa successe dentro di me ma scattò un’empatia immediata e a prescindere dalla maglia che indossava in quel momento, mi fu subito chiaro: il mio nuovo idolo si chiamava Giovanni Pablo Simeone Baldini da Buenos Aires!
Fui folgorata dalla tua classe caro Giovanni e scoprii poi che ti chiamavano Cholito perché eri figlio d’arte, il tuo papà Diego, detto appunto El Cholo (meticcio, traduzione dallo Spagnolo), aveva giocato in Italia con Lazio ed Inter ed ora allenava l’Atlético Madrid.
Non sono sicura ti piaccia essere chiamato Cholito e infatti preferisco chiamarti Giò, perdona la confidenza.
È stato facile per me affezionarsi alla tua faccia pulita, sempre gentile nelle interviste e con una luce negli occhi tipica di chi gioca a pallone divertendosi e mettendoci tutto sé stesso. Sei stato croce e delizia per me, ricordo quando con una tripletta a Firenze spazzasti via il sogno scudetto del mio Napoli.
Ma come volerti male? Impossibile per me che ti stimo e ammiro il talento cristallino che possedevi. Che possiedi.
E poi, come in una bella favola, la scorsa estate finalmente sei venuto a “casa”…
Il Napoli ti ha acquistato dal Verona e uno dei miei sogni sportivi si è realizzato: vederti indossare la maglia azzurra. Non hai potuto prendere la numero nove perché la indossa un certo Victor Osimhen e allora hai scelto la diciotto, non importa, per me sei tu il nove dell’anima.
Da quando sei a Napoli il mio affetto per te è cresciuto a dismisura e la stagione scorsa, “insieme”, abbiamo coronato il sogno scudetto. Con il tuo apporto alla squadra ci hai restituito quello che ci avevi tolto qualche campionato prima.
Con indosso la maglia del Napoli ti ho visto segnare il tuo primo goal in Champions e commuoverti come un bambino mentre baciavi quel tatuaggio che hai sull’avambraccio.
Ti ho visto segnare gol decisivi e meravigliosi e all’ultima giornata correre, dopo una rete pazzesca, sotto la tribuna con la dieci, del nostro idolo Maradona, tra le mani, mostrandola fiero e orgoglioso alla sua e alla tua famiglia.
Ricordi indelebili caro Giò, di cui ti ringrazierò per sempre. Un’altra stagione ci attende e chissà come andrà. Io intanto ho adottato un gattino ed in tuo onore – non ti arrabbiare però – l’ho chiamato Cholito.