Due anni senza Dio, il vuoto incolmabile di Maradona

Maradona

Ricorre oggi l’anniversario della scomparsa di Diego Armando Maradona. Tra mito irraggiungibile e successi straordinari El Pibe pare aver lasciato un vuoto incolmabile. L’unicità di ‘Dios’ muove tra campo e storia, e rimane tutt’oggi un miraggio lontano.

Due anni senza Dio, il vuoto incolmabile di Maradona

Il 25 novembre 2020 Maradona lasciava una vita troppo terrena per ricongiungersi alla dimensione più consona di una divinità irripetibile. Nel torpore di un pomeriggio pandemico le ‘coscienze calcistiche’ accoglievano il clamore della notizia annunciando la morte di Dio al mercato, figurando un Nietzsche quanto mai adeguato. Era la rottura di un sogno estemporaneo, la fine di un viaggio di una cometa che squarciava brevemente il cielo. Più di un epoca, Diego aveva segnato irrimediabilmente la storia del calcio. Con il fardello dell’irripetibilità lasciava un mondo che non l’aveva mai meritato, consegnando ad eredi insperati un solco incolmabile.

Eroe in patria, e non solo

Mito vero di Argentina e Napoli, Maradona fu capace di ridisegnare la geografia di un calcio già colonizzato. Gli scudetti, la Coppa Uefa, il mondiale non sono semplicemente trofei. Sono il riscatto che Maradona offriva al Sud del mondo. Imprese sportive che nascondevano un ardore sociale e politico. Come per i veri grandi, è stata la storia a dar ragione della veridicità delle imprese di Dios. Per trent’anni Napoli ed Argentina, orfane di Diego, hanno potuto fregiarsi davvero di poco. E se per gli azzurri l’analisi è contigua a turbe di disavventure societarie e finanziarie, la selecciòn sembra non avere molti alibi. La nazionale argentina, priva di un eroe, non ha saputo più replicare la cima del mondo del ’86, ed anzi ha, spesso, tradito favorevoli pronostici. Non è soltanto una questione di cadute fragorose – non ultimo lo shock nazionale dell’esordio qatariota. È la forza di portare per mano una nazionale ed una nazione, di farsi carico di una selecciòn ancora povera di quel bagaglio tradizionale e tecnico della cui abbondanza, invece, La Pulce ha potuto godere nella sua ingloriosa militanza. Leo è fenomeno vero, zero dubbi a riguardo, ma il mito esige l’impresa. Un appuntamento mondiale a cui Messi è mancato troppe volte. E chissà che il Qatar, ultimo ballo de La Pulce di Rosario, non possa costituire il teatro ideale.

Dio terreno

Un dio peccatore, si è detto, un dio terreno. La narrazione della genialità ed eccezionalità di un fenomeno straordinario si è accompagnata sempre ad una cronaca ‘obbligata’ di una dimensione privata licenziosa. Quasi come se l’errare umano di una deità scesa casualmente in terra potesse permetterci di sentirlo più vicino, di toccarlo come Adamo nella celebre creazione, e di placare l’insaziabile inferiorità con cui ogni domenica El Pibe costringeva a fare i conti. Nulla che attenesse ai diritti ed alle facoltà di uno spettatore calcistico. Il giudizio personale ed emotivo sul Diego quotidiano è esclusiva di chi lo ha amato, davvero, ogni giorno. Ed ogni eventuale congettura sulle (ricercate) intersezioni tra vita e campo possono soltanto qualificarsi in quanto tali. Protagonista di un calcio che fu, Maradona dipingeva fútbol con la naturalezza del predestinato, muovendosi e danzando tra marcatori che ne attentavano l’integrità senza conoscere l’attuale ‘tutela del talento’. E se vi è capitato di chiedervi cosa sarebbe stato Maradona con una rigorosità diversa, domandatevi allora cosa sarebbe stato senza i suoi eccessi ed esuberanze. La sregolatezza è genio, e l’ordine può talvolta costituirne limite all’espressione. Un Pibe senza regole, fuori e dentro il campo, fautore di un caos immensamente creativo.

L’onere della guida

Il comunismo, la Fifa, le lotte contro le lobby. Diego fu leader vero, e non soltanto nelle segrete di uno spogliatoio. Con l’onere d’esser guida e riferimento, Maradona seppe incarnare e dar voce alle insofferenze più languide di un calcio – e di un mondo – già vittima del germe del vizio. Fu iconico interprete di quanti non potevano aver voce in capitolo, intraprendendo crociate che furono veri scossoni, e che gli crearono più inimicizie che favori. Memorabili furono le denunce di Italia 90 ed USA 94. Ed altrettanto incancellabile la congiura di Kissinger e Havelange proprio negli States, capaci prima di sedurne le speranze e poi di tradirne la purezza. Coraggiose veemenze a cui hanno fatto seguito tenui rimostranze, stregua di deboli repliche. E chissà cosa avrebbe detto Diego del mondiale in Qatar. Si può supporre, con una certa sicurezza, che il più grande di tutti non avrebbe risparmiato riserve ai più potenti, non limitandosi certo ad una fascia arcobaleno. Potremo solo suppore, però, perché oggi sono due anni esatti senza Diego. Due anni in cui volgiamo lo sguardo al cielo col rammarico di un addio precoce, e con la consapevolezza di una fortuna immane. La fortuna di aver toccato con mano il Dio in terra.

 

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